L’Alfabetizzazione Ecologica


La sfida della sostenibilità della vita su questo pianeta, viste le condizioni attuali, necessita fin da subito di un progetto pedagogico di alfabetizzazione ecologica, come la definisce F. Capra, rivolto alle giovani generazioni contemporanee, che includa e caratterizzi l’intero processo formativo.

Si tratta di sviluppare le capacità di comprendere i principi organizzativi con cui gli ecosistemi viventi sostengono la rete della vita da millenni per ‘abituarci’ ad applicarli anche ai nostri sistemi sociali, culturali e fisici laddove sempre di più rivelano degrado e perdita di sostenibilità. Questa capacità di comprensione dipende da un nuovo modo di vedere il mondo e di pensare che viene definito pensiero sistemico o ecologico: significa imparare a pensare in termini di relazioni, di reti, di contesto, piuttosto che limitarsi a pensare ogni singolo oggetto o parte di esso come indipendenti da ogni relazione/interazione con il tutto.
Questa modalità di pensiero ‘pertinente’, così come denominato da Morin, richiede di essere praticata ed appresa soprattutto, ma non solo, quando gli strumenti epistemici individuali si stanno strutturando.Imparare a indagare e a cogliere le relazioni e i principi organizzativi che caratterizzano un sistema vivente significa imparare a rappresentare queste interazioni tra le parti che lo compongono: non si tratta esclusivamente di misurare e quantificare gli aspetti fisici ma di mappare le connessioni tra i componenti di un sistema, più o meno complesso che sia.
Le configurazioni delle relazioni permettono poi di individuare i modelli di funzionamento e i livelli di permeabilità del sistema stesso a fattori esterni.Ciò che si cerca di conoscere, secondo l’approccio ecologico, sono di fatto gli aspetti qualitativi del sistema: la forma, la natura e come funziona in quanto sistema.
(Patrizia Sibi – Docente Università della Tuscia di Viterbo)

 

 

Il Concetto di Rete


Questa la parola d’ordine degli ultimi anni. Farla, costruirla, tesserla e curarla è un impegno costante che permette di far fronte alle difficoltà di ogni giorno,di risolvere piccoli e grandi problemi; dal sale mancante chiesto alla vicina di casa al collega che lavora in ospedale e riesce a spiegarti quali passaggi compiere per districarsi nella giungla burocratica e burocratizzata di una visita specialistica.

La rete è croce e delizia di un sistema che fa acqua da tutte le parti.
Nei paesi cosiddetti “civili”, organizzati, funzionanti – il nord Europa, la Norvegia, i Paesi Bassi, il Canada – è qualcosa di cui potenzialmente si può fare a meno; lì i servizi pubblici sanitari, logistici e sociali non solo esistono, ma funzionano.Qui nel sud Europa, invece, è un po’ diverso, e così occorre supplire alla carenza di Stato con l’Umanità. Considerato poi che tutto il mondo è paese ma ogni paese è un mondo a sé stante è bene parlare della nostra realtà locale e, quindi, di Roma e di quello che accade in una delle Capitali più famose, belle e vive del mondo.La necessità di mettersi in rete è frutto dell’assenza altrui.Ognuno di noi conosce “chi fa qualcosa” e nel sociale poi, “vedere gente e fare cose” diventa vitale e l’associazionismo, in questo contesto e per la generazione dei “30 e dintorni”, agisce sulla constatazione che dall’alto non è possibile aspettarsi stravolgimenti epocali.La nostra è la generazione di chi si formerà per tutta la vita e di chi ricerca la propria forza nella coesione sociale e nell’incontro.
Per raggiungere l’obiettivo di “cambiare il mondo” occorre utilizzare al meglio le proprie potenzialità, costruendo qualcosa che sia frutto di fatica e sacrifici, al fine di poter giovare, in tanti, dei frutti di innumerevoli sforzi quotidiani.Se non si raggiungeranno il mito del posto fisso, la pensione o il mega stipendio, ci sarà comunque la certezza di aver costruito, giorno per giorno, la propria strada e di aver fatto ciò in cui si credeva, persino divertendosi. E senza alcun rimpianto.Quello della creazione di un gruppo di associazioni, di piccole realtà, di amici e colleghi che si relazionano e, a loro volta, promuovono le politiche dell’incontro, è un modello che va fortificato, comunicato, esportato.Si tratta di quello che a Bruxelles chiamano bottom-up politic, che dall’alto delle istituzioni europee provano a farci fare e che, dal basso, proviamo a realizzare facendo sentire la nostra voce. Il problema è che, spesso, nel mezzo c’è qualcosa che distorce i suoni.Forse occorre solo un po’ dell’umanità italiana, anche solo una piccola parte, per non dover contare esclusivamente sul volontariato della protezione civile a ogni catastrofe e perdere il senso di unità che scaturisce, principalmente, dalla condivisione del male comune.La rete è il sistema che fa incontrare persone che condividono una speciale piccola fetta di mondo e vogliono cambiarlo possedendo mezzi simili.A salvarlo saremo in tanti nonostante la difficoltà di intercettare chi utilizza le stesse “armi” e chi identifica lo stesso problema.